PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 24_10_2012

Veduta aerea del Borgo Murattiano

Un fantasma perseguitato dall’identità _ Gimma e il vincolo del Murattiano 

Un fantasma si aggira per la città. È il fantasma di Gimma. Non l’abate, ma l’architetto del re, anzi dei re, dal momento  che Giuseppe Gimma lavorò ugualmente bene tanto con i monarchi borbonici che con il napoleonico Gioacchino Murat. Lo spettro non si dà pace: fra qualche mese scocca il bicentenario della sua grande impresa (la fondazione del Borgo) e già si sente odore di celebrazioni, con il prevedibile sovradosaggio di retorica. Che sprizza qui e là, anche dove non dovremmo aspettarcela. Per esempio, nelle carte che accompagnano l’atto con cui la Regione Puglia ha avviato il procedimento del vincolo paesaggistico su Bari vecchia e sui quartieri Murat, Libertà e Madonnella.

Per la prima volta un atto d’imperio quale è un vincolo viene accompagnato da una «inchiesta pubblica»: è un fatto importante e c’è da augurarsi che l’inchiesta si realizzi davvero e non sia soltanto un nome nuovo per una vecchia pratica che contrappone il potere pubblico agli interessi privati. È utile perciò che entri in gioco chi non ha altro interesse che non sia il bene comune, la qualità di quello spazio nel quale per fortuna o per sventura si deve vivere. La memoria, la storia patria o le tradizioni, vengono dappresso. L’argomento non è una digressione capricciosa, perché alla base del vincolo ci sono quei valori storici, urbanistici e paesaggistici «che sono da considerare fondamentali e percepibili manifestazioni identitarie», si legge nelle carte le quali, seppur scritte oggi, riecheggiano il linguaggio con cui nel 1971 una Commissione provinciale vincolò la zona costiera in quanto «bellezza di insieme caratteristica e tradizionale».

Ma è proprio la presunta identità del Borgo Murattiano che lo spettro di Gimma non riesce a digerire. «Di quale identità vanno fantasticando!», pare di sentirlo mentre si aggira per via Sparano, forse la strada più «identitaria», la quintessenza del Murattiano, secondo il comune sentire. «Ma proprio qui, in questa strada, tutto è cambiato», dice Gimma mentre attraversa il sagrato di San Ferdinando. Gimma passa il rassegna i palazzi che già alla fine dell’Ottocento con le sopraelevazioni e più tardi con le demolizioni e sostituzioni (numerosissime negli anni Trenta del secolo sorso) avevano mandato a gambe per aria le misure razionali del suo Borgo: le altezze dei palazzi, le distanze visive tra la strada e il prospetto dei fabbricati. «Che c’entra con le mie regole il palazzo dei Magazzini Mincuzzi disegnato da Forcignanò e Palmiotto?» si chiede Gimma. «E il palazzo delle Rinascente, grazie al quale il geometra Rampazzini diventò architetto? Che ha da spartire con i miei Statuti Murattiani?», rincara la dose apprezzando però il coraggio di quei suoi colleghi che hanno saputo lasciare un segno di progresso in una città che ormai aveva perso il proprio carattere. Gimma guarda ammirato i palazzi degli anni Sessanta: quelli di Chiaia e Napolitano, naturalmente, e con una punta di invidia quelli progettati da Vito Sangirardi e da Tonino Cirielli: «Avessi avuto io tra le mani questi materiali – dice stringendo i denti e accarezzando infissi di alluminio azzurro e pannelli di rossi lamierini ceramicati – avrei fatto faville!».

E invece, nelle minuziose, dettagliate prescrizioni che accompagnano il futuro vincolo, la bestia nera è proprio l’anticorodal, vietatissimo nonostante il nome commerciale indichi un tipo di alluminio ormai fuori produzione. Intendiamoci, è opportuno impedire che una antica finestra di legno sia sostituita da un infisso d’alluminio o di plastica, ma questo divieto diventa un tabu, anzi una metafora dell’intoccabile. Sicché nessun edificio costruito prima nel 1942 nel Murattiano, come nel Libertà o a Madonnella, potrà essere demolito e sostituto, perché di valore identitario. Solo in caso di crollo, si potrà ricostruire, ma un edificio identico al glorioso caduto, ancorché privo di particolari qualità architettoniche. Ed ecco a cosa ci ha portato la triste vicenda del falso Petruzzelli, ricostruito «com’era e dov’era» pur essendo ormai andato perduto nel rogo il «documento». I professionisti del falso dicono: «Rifare a l’idéntique». E a questo punto l’architetto Gimma ha un sospetto: «Non avranno scambiato il concetto di identità con l’aggettivo identico?».

NICOLA SIGNORILE

 

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Pubblicato il 24|10|2012, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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