PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 01_08_2012

Un’immagine del workshop (foto Roberta Signorile)

Un buon dentista per le carie del Murattiano _ Gli studenti sfidano Quaroni

Il quartiere murattiano è una bocca cariata. Fra palazzi di fine Ottocento e palazzi degli anni Cinquanta e Sessanta rimane qui e là un rudere o un buco: troppo piccolo perché convenga sostituirlo con una nuova costruzione che, comunque, non risolverebbe il problema delle differenti altezze – dai dieci ai trenta metri –  che frastagliano i fronti degli isolati.
Ci vorrebbe un dentista. Ma uno bravo, di quelli che riescono a rifarti la dentiera con gli impianti giusti. Lo sapeva bene Ludovico Quaroni quando, disegnando il piano regolatore di Bari  – quello ancora vigente – considerò il quadrilatero murattiano non «centro storico», ma «zona di completamento». Il che sembra una contraddizione, considerando che le volumetrie già allora  realizzate (a metà degli anni Settanta) superavano le previsioni pur larghissime (7 metri cubi per metroquadro è l’indice di fabbricabilità) del nuovo piano regolatore. Ma era chiaro che Quaroni diceva «completamento» pensando e parlando non da urbanista, ma da architetto. E infatti nelle norme tecniche di attuazione del Prg  (art. 47) prescriveva che il completamento avrebbe dovuto avvenire per l’unità minima dell’isolato e attraverso un piano particolareggiato per  «assicurare un carattere unitario al complesso e informare le costruzioni a criteri di dignità architettonica, sia sulle fronti stradali che verso i cortili».

Il piano particolareggiato del Murattiano, in questi trent’anni abbondanti che sono trascorsi,  come è noto non s’è fatto. Per molte ragioni, la principale delle quali è il «fuoco amico», cioè la gigantesca promessa di espansione nelle periferie che lo stesso Prg conteneva e contiene. Sicché l’indirizzo della industria edile e del mercato immobiliare è rimasto fermamente nelle mani della proprietà fondiaria che ha distratto risorse dalla rigenerazione del Centro, lasciato infine ai rischi della Superdia tamponati a fatica dai tecnici comunali.

Ora che si va (lentamente) verso un nuovo piano regolatore, la questione si ripresenta di grande attualità e urgenza, anche alla luce del vincolo architettonico-paesaggistico che il Comune sta studiando di applicare al Murattiano.
Ci vorrebbe un buon dentista, adesso. E che ce ne siano, in giro, ne siamo sicuri, dopo aver visto al Politecnico la mostra conclusiva del corso di Architettura e Composizione architettonica I tenuto dal prof. Lorenzo Netti. Ben 34 progetti, realizzati da un centinaio di studenti sotto la guida di 6 giovanissimi tutor (studenti stagionati o neolaureati). Il tema è appunto, la sostituzione edilizia nel Murattiano. Ogni gruppo ha scelto un  lotto, un edificio da buttar giù e da sostituire ex novo, con una certa libertà d’azione e senza tener conto delle norme urbanistiche. L’obiettivo era semplice e al tempo stesso terribile: ricucire le difformità dei volumi confinanti con una architettura di linguaggio onestamente contemporaneo, senza tentazioni mimesi con l’antico, ma sottoponendosi a quelle scarne ma rigide norme di progettazione che sottendono al neoclassicismo del Murattiano una volta depurato dalle bellurie del decoro.
Il risultato è sorprendente: lì dove avremmo dovuto aspettarci una uniformità di soluzioni abbiamo invece una grande varietà di proposte. C’è chi raccorda le altezze con volumi  medi e chi sottolinea il contrasto con un drammatico spacco verticale; c’è chi monta sul terrazzo pannelli fotovoltaici e chi issa un grande vaso di Tarshito per fare anche arte pubblica; c’è chi adotta una doppia pelle in facciata per arretrare il fronte e chi contrappunta il prospetto con superfici oblique che accennano a logge. Qui e là si riconoscono citazioni delle architetture migliori degli anni Sessanta, quelle dei Chiaia, dei Cirielli, dei Sangirardi e dei Mangini. E se un tratto comune, in tanta diversità, vogliamo riconoscere è la definitiva scomparsa dei balconi.

Che queste idee non abbiano tenuto conto dei vincoli urbanistici non è un limite, ma è il loro pregio: dimostrano che il «completamento» del Murattiano può avvenire partendo dalla architettura e arrivando alla norma, anziché il contrario come si è fatto finora. Un piano particolareggiato lo consente e in una strategia  che porterebbe certo ad aumentare i volumi (ma non automaticamente le superfici) la parte pubblica potrebbe trovare un vantaggio ben superiore alle illusioni di crediti urbanistici.

NICOLA SIGNORILE

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Pubblicato il 01|08|2012, in Piazza Grande con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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