PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 18_04_2012

un particolare dello stadio San Nicola

Lo stadio di Piano: un vecchio frac che perde il teflon _ La manutenzione (costosa) del genio 

Come diceva il capocomico alle ballerine del varietà: bambole non c’è una lira! Così l’assessore comunale allo sport Elio Sannicandro, dopo che il ventaccio di Pasquetta ha squarciato il teflon di un altro pezzo (il quinto) della copertura dello stadio San Nicola. Che, per ora, resta così: soldi non ce ne sono; rifare ogni spicchio costa 150mila euro e il Comune ha altre urgenze.

L’ultimo danno atmosferico ha risvegliato antichi rancori verso l’«astronave» che i baresi non hanno mai amato troppo (gli spettatori, a ragion veduta). Tutta colpa dell’architetto Renzo Piano? O dei costruttori? Va detto che lo stadio, come ogni edificio, ha bisogno di manutenzione e il teflon – all’epoca un “nuovo materiale” nato in laboratorio – era garantito per 10 anni: ne sono passati più di 20 e quindi, come la stazione spaziale sovietica Mir, il suo lavoro l’ha fatto oltre ogni aspettativa. Forse bisognava sostituire per tempo le coperture. Ma quanto costa? Ne sanno qualcosa i francesi che han dovuto metter mano al portafogli per ristrutturare gli impianti a vista dell’opera che ha determinato il successo mondiale di Piano: il Centre George Pompidou (o Beaubourg) a Parigi. Anche i frati di San Giovanni Rotondo sono alle prese con i considerevoli costi di manutenzione della superchiesa di San Pio, soprattutto dopo l’accidentale crollo di una campana dal campanile orizzontale progettato a strapiombo sulla valle dal genovese. Il quale viene inseguito da notizie di piccoli e grandi danni, come quella ricorrente (e che lui protesta infondata) del lento inabissarsi del suo aeroporto di Osaka, insieme all’isola artificiale che lo sostiene in mezzo al mare.

Il rischio di un flop è l’angoscia delle archistar. Il ponte di Calatrava a Venezia si scoprì subito una trappola per turisti incauti che, nei giorni di pioggia, scivolavano come pattinatori sul pavimento di cristallo. Ma ci sono storie ancora più educative degli effetti perversi dell’alterigia delle archistar e alcune le racconta John Silber nel pamphlet «Architetture dell’assurdo» (Lindau ed.). Prendiamo Ieoh Ming Pei, quello della piramide del Louvre: la ditta John Hancock ha dovuto spendere un patrimonio per riparare gli errori di progettazione del suo grattacielo a Boston: soprattutto la superficie vetrata, costituita da grandi lastre di tre metri per due, che a causa delle dinamiche dell’edificio cominciarono presto a incrinarsi e a precipitare al suolo, una dopo l’altra. Per risolvere il problema i dirigenti della Hancock si rivolsero ad un noto ingegnere, Arthur Metcalf, che suggerì di sostituire le lastre con pezzi più piccoli. Ma Pei fu irremovibile e alla fine prevalse la sua idea: le stesse lastre ma più pesanti e dotate di un allarme che avvisa quando stanno per rompersi, in modo da sostituirle in tempo. Finora, la Hancock ha speso ben 34 milioni di dollari per la sua ostinazione.

Anche un maestro indiscusso dell’architettura del Novecento come Frank Lloyd Wright ha avuto le sue defaillance. Quando nel 1935 progettò la famosissima casa sulla cascata il suo cliente, il signor Kaufmann, si impensierì del forte aggetto delle terrazze e chiese una consulenza a certi ingegneri che disposero rinforzi strutturali.  Wright se ne accorse e andò su tutte le furie. Si fece come diceva lui ma in effetti poco dopo  le terrazze si incrinarono e si piegarono. E si dovette allora rinforzarle, con maggiore spesa. Anche il genio di  Frank Gehry si è rivelato più costoso del previsto per i proprietari della Walt Disney Concert Hall realizzata a Los Angeles nel 2003. I dirimpettai della sede della Philarmonic si lamentavano dei potenti riflessi di luce prodotti dalle pareti di acciaio inossidabile del sinuoso edificio. Pare che nelle loro case, a causa del sole proiettato, la temperatura aumentasse di 9 gradi. Hanno fatto causa ed hanno vinto. Alla fine gli amministratori della L. A. Philarmonic  hanno dovuto ricoprire le ardite volute con panni di metallina, spendendo un bel po’ di quattrini per un mediocre risultato. Come dice John Silber: «ricorda un vestito da sera fatto di tela da sacco».

Lo stadio barese di Renzo Piano, invece, ricorderà certi nobili caduti in disgrazia: con il frac, macchiato e strappato, in fila all’ufficio di collocamento.

NICOLA SIGNORILE

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Pubblicato il 18|04|2012, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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