PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 21_03_2012

masseria Cognetti, zona S. Fara

Vita da masseria: le ruspe o il gran turismo

Si chiama Noema ed è fra i cantieri aperti in città dalla Dec, la società del gruppo Degennaro al centro della bufera politico-giudiziaria di questi giorni. Nulla a che fare con gli appalti, con i parcheggi interrati e le case per i poliziotti oggetto delle indagini. Si tratta di palazzi, investimenti privati realizzati nell’ambito di una vasta lottizzazione (con altri imprenditori), fra lo Sheraton, Santa Fara e le palestre dell’Angiulli. Una regolare lottizzazione, che ha una storia antichissima: risale addirittura agli anni Sessanta, quando vigeva il piano regolatore di Piacentini e Calza Bini. Ad ostacolare l’apertura dei cantieri c’era una masseria fortificata del Settecento (segnalata nel Putt/p ma non vincolata): la masseria Cognetti, a corte chiusa e con annessa cappella di Sant’Anna. Poi, ignoti la demolirono il giorno di Ferragosto del 2007.

Esistono due specie di masserie: quelle che diventano alberghi di lusso e quelle che finiscono in macerie, una notte d’agosto, e lasciano spazio alle lottizzazioni: appartamenti, uffici e negozi. Bisogna aver fortuna, anche ad essere masserie. Certo l’inglese snob e l’attore famoso ed invisibile non erano iscritti nel futuro delle masserie, quando esse hanno cominciato a prendere forma e a connotare della propria presenza architettonica, economica e sociale il paesaggio pugliese. Quante sono le masserie fortificate in Puglia? Tante. Antonella Calderazzi ne ha schedate 600 e l’elenco non è ancora completo. Ma è significativo e prezioso perché – come ogni atlante moderno – indica un metodo, una tecnica di conoscenza, che è il presupposto della tutela del bene culturale. La protezione del patrimonio architettonico richiede un riconoscimento condiviso dell’oggetto e quindi un criterio di valutazione generale, al di là della «bellezza» del caso isolato: dalla masseria Jesce a Altamura a quella di San Giovanni di Zezza a Cerignola, dalla masseria Trappeto di Nardò a San Domenico di Fasano a Marchione di Conversano.

I magnifici 600 sono raccolti da Calderazzi, nel volume “Puglia fortificata. Le masserie” pubblicato dall’editore Adda con la consueta cura e con un sontuoso appartato fotografico, realizzato da Nicola Amato e Sergio Leonardi (il libro sarà presentato sabato prossimo, alle 11.30, al circolo della Vela). Il rettore del Politecnico Nicola Costantino, nella presentazione del volume (pp. 352, euro 50), sottolinea le diverse chiavi di lettura che offre il fenomeno delle masserie fortificate e le ragioni della loro attuale riscoperta, nell’ambito della cultura del costruire e dell’abitare sostenibile.

Le trasformazioni che le masserie fortificate hanno vissuto nel corso del tempo (da quella prima attestazione contenuta in una lettera che papa Gregorio Magno spedì nel luglio del 599 al vescovo di Gallipoli, fino all’abbandono delle terre nel secondo dopoguerra), possono essere considerate una metafora delle trasformazioni del paesaggio pugliese. «Dobbiamo giungere verso la fine del Novecento per assistere a una rivalutazione delle costruzioni tradizionali – scrive Calderazzi – e molte masserie sono state acquistate per essere adibite ad agriturismo in quanto unica funzione ad ammettere finanziamenti statali». Ed è così che «l’architettura rurale si riscopre nei suoi aspetti di solidità, di ricchezza ambientale, di suggestiva tradizionalità, di straordinaria eco-sostenibilità». Tuttavia la riscoperta delle masserie presso gli architetti e gli ingegneri ha ormai già una lunga storia e – anche se può apparire un paradosso – i suoi primi passi appartengono interamente al dibattito aperto in Italia a ridosso della crisi del Movimento Moderno, dopo il congresso del Ciam a Otterlo, nel 1959.

Nel paese che cerca nelle tradizioni costruttive locali la ragione di un nuovo linguaggio popolare dell’abitare (da Ridolfi a De Carlo, a Quaroni), è proprio la rivista di Bruno Zevi «Architettura Cronache e storia» ad aprire il dibattito sulle testimonianze delle tecniche costruttive rurali e spontanee in Puglia. Ne scrivono, alla fine degli anni Cinquanta, Enzo Minchilli e Bruno Barinci. Ed è in questo clima che prende forma l’interesse di Vittorio Chiaia per masserie, trulli e centri storici, intuendo inedite relazioni tra gli insediamenti rurali del mezzogiorno d’Italia e i «pueblos», scoperti nei suoi viaggi in America.

Fra strutture in acciaio e i courtain wall funzionalisti, Vittorio Chiaia ritaglia nelle sue lezioni universitarie uno spazio sempre più ampio e sempre più «istituzionale» allo studio delle masserie. In tale attività di ricerca si è formata Antonella Calderazzi, che di questo lavoro di Chiaia è la principale erede.

NICOLA SIGNORILE


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