Archivio mensile:marzo 2012

BEYOND _ IL SEGNO E IL DISEGNO Il progetto del teatro di Aix-en-Provence

Il Grand Théatre di Aix-en-Provence progettato da Vittorio Gregotti

Come la pittura l’architettura. Gregotti nel segno di Cézanne

“Fu inevitabile, quando cominciammo il progetto del teatro di Aix-en-Provence, luogo cézanniano per eccellenza, ricominciare a riguardare con nuova attenzione la pittura di Paul Cézanne, rivisitare i luoghi dei suoi paesaggi, delle montagne e delle cave (…) rivelatrici degli strati della natura da lui dipinta”. Di questo rivedere l’arte di Cézanne, interrogarla con una curiosità speciale, racconta Vittorio Gregotti in un breve libro, intitolato L’architettura di Cézanne e pubblicato da Skira (pp. 60, euro 10).

Invitato a realizzare un nuovo teatro nella città del celebre festival, ma in una zona semiperiferica, a ridosso di uno svincolo stradale e di un viadotto, Gregotti e gli architetti del suo studio vanno alla ricerca delle ragioni di necessità della nuova architettura – che sono nella storia dei luoghi – e trovano una risorsa straordinaria nella pittura del maestro francese che operò all’alba del ‘900. Ma bisogna, qui, ora, sgomberare il campo da un equivoco: il rapporto tra architettura e pittura – per Gregotti – non è così stretto come spesso si crede e non si può dire nemmeno (per la complessità tecnologica e organizzativa che il suo fare presuppone) che l’architettura sia tout court “arte visiva”.

In Cézanne Gregotti ritrova – al contrario – una ermeneutica dei luoghi parallela a quella che il costruire dispiega e che consente di vedere e rappresentare la stratificazione – geologica e storica – del paesaggio nel quale la nuova architettura si installa avendo “la doppia qualità di sorprendere ogni volta che la si rivede e nello stesso tempo apparire come fosse sempre stata, in quel luogo e per il mondo, come avesse da sempre fatto parte di quel paesaggio divenendo intimamente parte necessaria alla sua definizione”.

Chi guarda il teatro di Aix-en-Provence non può evitare di riconoscervi la montagna di Sainte-Victoire ripetutamente dipinta da Cézanne, oppure il paesaggio della cava di Bibémus dove l’artista aveva affittato un capanno. Il teatro appare come una collina di pietra e le gradonature evocano le pareti scavate nella roccia e raccontano le stratificazioni geologiche: una “architettura del terreno”, definisce Gregotti la trasformazione del costruire un edificio teatrale. Chi si avvicina alle pareti esterne del teatro, non può non notare sul margine dei conci di quarzo-arenite incisi alcuni nomi con a fianco un simbolo (una cazzuola, un metro, un martello) sono i nomi degli architetti, degli ingegneri, dei carpentieri e dei muratori che hanno lavorato nel cantiere e che firmano, pezzo per pezzo,una architettura che si proclama come un atto collettivo e organizzato, un trionfo del lavoro, opera delle opere che si accumulano e si slegano come gli strati di una terra profonda.

Così come la collina di pietra e il ribaltamento della cava, il suo contrario dialettico, così il teatro di Aix-en-Provence è un luogo che mette in discussione i rapporti fra interno ed esterno: il contenitore della platea, del foyer e del palcoscenico non sono un “monumento” da vedere, ma uno spazio pubblico che vive di una vita simultanea e autonoma rispetto alla attività teatrale dell’interno: uno spazio da raggiungere, da percorrere su scale e terrazze. Un luogo pietrificato di cui si può raggiungere anche la cima e di lì affacciarsi a guardare la montagna di Sainte-Victoire.

In questo gioco di specchi Gregotti ritrova l’intima relazione con Cézanne e al tempo stesso le ragioni del proprio impegno civile e teorico contro le tendenze dominanti dell’architettura contemporanea e lo starsystem: la ricerca della “verità”, cioè di un processo alternativo rispetto “allo stato di crisi delle arti visive e dell’architettura del contemporaneo, affondati nella provvisorietà splendente dell’assoluta attualità e della volontà di decostruire, senza alternative, natura e limiti del loro stesso campo d’azione”.

di Nicola Signorile

articolo da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 27|03|2012

 

 
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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 28_03_2012

Vista aerea della ex Caserma Rossani

Ombre lunghe dell’urbanistica «contrattata» _ La Rossani dopo i parcheggi

L’attività della ripartizione urbanistica del Comune è praticamente bloccata a causa dell’indagine sugli appalti del gruppo Degennaro. Ma l’inchiesta non dovrebbe inibire l’attività politica. La ragione dello stallo è un’altra: come s’è visto e ascoltato in questi giorni, il rapporto tra partiti e liste del centrosinistra e il loro elettorato è gravemente incrinato dalla delusione e dalla amarezza. E appare chiaro che la crisi va ben oltre gli omaggi ittici per Natale ma era iniziata ben prima dell’esplosione dello scandalo giudiziario. A queste condizioni, sarà ben difficile recuperare il terreno perduto, ciò nonostante l’amministrazione comunale si trova di fronte ad un bivio: proseguire sulla strada del decisionismo indifferente e rafforzare così la solitudine di un gruppo dirigente autoreferenziale, oppure riaccendere i canali di comunicazione con le associazioni, i comitati e quel che resta delle forme di cittadinanza attiva, rimettendo in discussione recenti decisioni e scongelandone qualcun’altra.

Una decisione sulla Rossani è urgente. La disastrosa fine della esperienza del project financing dei parcheggi interrati e dei programmi integrati per le case dei poliziotti – almeno sul piano della percezione pubblica, se nulla si può ancora prevedere sul fronte giudiziario – indica tutti i rischi (e sono molti) dell’«urbanistica contrattata», soprattutto quando sia debole il potere pubblico di fronte alle pressioni del privato. Non è una faccenda solo barese, ma italiana: l’allarme è stato lanciato già da qualche anno da urbanisti come Luigi Mazza, Leonardo Benevolo e Edoardo Salzano e da partigiani del paesaggio come Salvatore Settis.

I fatti che emergono dalle carte dell’inchiesta barese (siano oppure no reati, poco importa adesso) hanno messo la pietra tombale anche sullo studio di fattibilità per la Rossani e tuttavia la giunta comunale, nonostante gli impegni presi, non ha ancora formalmente revocato la relativa delibera. Ieri si è tenuta al Comune una riunione tecnica per avviare la progettazione (o meglio, un altro studio di fattibilità!) del parco, come richiesto da comitati e associazioni. Ma peserà su qualsiasi studio la strabiliante rinuncia ai 13 milioni di euro messi a disposizione dalla Regione. Il sindaco non ha nemmeno risposto all’accorato appello a recuperare quei soldi rivoltogli dalla circoscrizione Carrassi S. Pasquale. In realtà la «ripicca» nei confronti della Regione cela la convinzione – coltivata da qualcuno assai vicino ad Emiliano – che quei milioni possano domani andare a finanziare la galleria d’arte contemporanea al Margherita. Un progetto ancora all’esame «tecnico» di una apposita commissione di funzionari del Comune e della Regione e che appare già come onerosissima impresa finanziaria, tutta a carico delle casse pubbliche e tutta a vantaggio del partner privato (come abbiamo illustrato in «Piazza Grande» del 25 gennaio e del 7 marzo scorsi).

I fatti giudiziari descrivono in questi giorni quanto siano insidiosi i rapporti pubblico-privato sviluppati nella «contrattazione» invece che nella «partecipazione». Ebbene, dai fatti giudiziari di questi giorni ci aspetteremmo perciò la rinuncia all’ipotesi del Bac al Margherita e che le risorse e le intelligenze del Comune fossero impegnate nello sforzo di dare una risposta politica alla «crisi dell’urbanistica».

Basterebbero due azioni per invertire la rotta: avviare una attività di progettazione partecipata per la Rossani, costruendo un laboratorio urbano vero (e non un paio di forum semiclandestini) e bandire la gara per l’affidamento della progettazione del Pug, il piano urbanistico generale il cui documento programmatico preliminare, consegnato a dicembre 2010 e approvato dalla giunta ormai sta già cominciando ad invecchiare. E intanto nel limbo fra vecchio Prg e nuovo Pug si muovono a loro agio le ombre dei project financig, degli accordi di programma, degli appalti «su misura» camuffati da ricerche di mercato. Si possono dissipare le ombre? Come ripeteva l’architetto Gian Luigi Nigro (capogruppo dei progettisti del Dpp, scomparso un mese fa): «un piano urbanistico non è tecnica, ma un atto politico tecnicamente assistito».

E un atto politico reclama volontà politica.

NICOLA SIGNORILE

Presentazione della rivista Ellesette

Locandina della presentazione della rivista Ellesette

Giovedì 29 Marzo 2012, nell’ Aula Magna “Attilio Alto” del Politecnico di Bari, alle ore 15.00 si terrà la presentazione di Ellesette, la rivista di architettura degli studenti del PoliBa.

Dopo i saluti del Magnifico Rettore Nicola Costantino, interverranno il professor Nicola Martinelli e il professor Francesco Selicato (prorettore e prorettore vicario), in un dibattito coordinato e moderato da Silvia Sivo, col contributo di Alessandro Cariello. Interverranno anche, in videoconferenza da Roma, Ma0 | emmeazero studio d’architettura.
 
Questo numero di Ellesette, dal titolo Architettura 0, riflette sul tema dell’architettura ai tempi della crisi, indagata secondo le cinque chiavi di: volume, budget, tempo, tecnologia e chilometri 0. La riflessione si allarga poi ai mutamenti della professione dell’architetto e dell’architettura nella città contemporanea.
 
 

” l’ambiente, il paesaggio … “

Salvatore Settis

l’ambiente, il paesaggio, il territorio sono un bene comune sul quale tutti abbiamo, individualmente e collettivamente, non solo un passivo diritto di fruizione, ma un attivo diritto-dovere di protezione e di difesa

[ Salvatore Settis]

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 21_03_2012

masseria Cognetti, zona S. Fara

Vita da masseria: le ruspe o il gran turismo

Si chiama Noema ed è fra i cantieri aperti in città dalla Dec, la società del gruppo Degennaro al centro della bufera politico-giudiziaria di questi giorni. Nulla a che fare con gli appalti, con i parcheggi interrati e le case per i poliziotti oggetto delle indagini. Si tratta di palazzi, investimenti privati realizzati nell’ambito di una vasta lottizzazione (con altri imprenditori), fra lo Sheraton, Santa Fara e le palestre dell’Angiulli. Una regolare lottizzazione, che ha una storia antichissima: risale addirittura agli anni Sessanta, quando vigeva il piano regolatore di Piacentini e Calza Bini. Ad ostacolare l’apertura dei cantieri c’era una masseria fortificata del Settecento (segnalata nel Putt/p ma non vincolata): la masseria Cognetti, a corte chiusa e con annessa cappella di Sant’Anna. Poi, ignoti la demolirono il giorno di Ferragosto del 2007.

Esistono due specie di masserie: quelle che diventano alberghi di lusso e quelle che finiscono in macerie, una notte d’agosto, e lasciano spazio alle lottizzazioni: appartamenti, uffici e negozi. Bisogna aver fortuna, anche ad essere masserie. Certo l’inglese snob e l’attore famoso ed invisibile non erano iscritti nel futuro delle masserie, quando esse hanno cominciato a prendere forma e a connotare della propria presenza architettonica, economica e sociale il paesaggio pugliese. Quante sono le masserie fortificate in Puglia? Tante. Antonella Calderazzi ne ha schedate 600 e l’elenco non è ancora completo. Ma è significativo e prezioso perché – come ogni atlante moderno – indica un metodo, una tecnica di conoscenza, che è il presupposto della tutela del bene culturale. La protezione del patrimonio architettonico richiede un riconoscimento condiviso dell’oggetto e quindi un criterio di valutazione generale, al di là della «bellezza» del caso isolato: dalla masseria Jesce a Altamura a quella di San Giovanni di Zezza a Cerignola, dalla masseria Trappeto di Nardò a San Domenico di Fasano a Marchione di Conversano.

I magnifici 600 sono raccolti da Calderazzi, nel volume “Puglia fortificata. Le masserie” pubblicato dall’editore Adda con la consueta cura e con un sontuoso appartato fotografico, realizzato da Nicola Amato e Sergio Leonardi (il libro sarà presentato sabato prossimo, alle 11.30, al circolo della Vela). Il rettore del Politecnico Nicola Costantino, nella presentazione del volume (pp. 352, euro 50), sottolinea le diverse chiavi di lettura che offre il fenomeno delle masserie fortificate e le ragioni della loro attuale riscoperta, nell’ambito della cultura del costruire e dell’abitare sostenibile.

Le trasformazioni che le masserie fortificate hanno vissuto nel corso del tempo (da quella prima attestazione contenuta in una lettera che papa Gregorio Magno spedì nel luglio del 599 al vescovo di Gallipoli, fino all’abbandono delle terre nel secondo dopoguerra), possono essere considerate una metafora delle trasformazioni del paesaggio pugliese. «Dobbiamo giungere verso la fine del Novecento per assistere a una rivalutazione delle costruzioni tradizionali – scrive Calderazzi – e molte masserie sono state acquistate per essere adibite ad agriturismo in quanto unica funzione ad ammettere finanziamenti statali». Ed è così che «l’architettura rurale si riscopre nei suoi aspetti di solidità, di ricchezza ambientale, di suggestiva tradizionalità, di straordinaria eco-sostenibilità». Tuttavia la riscoperta delle masserie presso gli architetti e gli ingegneri ha ormai già una lunga storia e – anche se può apparire un paradosso – i suoi primi passi appartengono interamente al dibattito aperto in Italia a ridosso della crisi del Movimento Moderno, dopo il congresso del Ciam a Otterlo, nel 1959.

Nel paese che cerca nelle tradizioni costruttive locali la ragione di un nuovo linguaggio popolare dell’abitare (da Ridolfi a De Carlo, a Quaroni), è proprio la rivista di Bruno Zevi «Architettura Cronache e storia» ad aprire il dibattito sulle testimonianze delle tecniche costruttive rurali e spontanee in Puglia. Ne scrivono, alla fine degli anni Cinquanta, Enzo Minchilli e Bruno Barinci. Ed è in questo clima che prende forma l’interesse di Vittorio Chiaia per masserie, trulli e centri storici, intuendo inedite relazioni tra gli insediamenti rurali del mezzogiorno d’Italia e i «pueblos», scoperti nei suoi viaggi in America.

Fra strutture in acciaio e i courtain wall funzionalisti, Vittorio Chiaia ritaglia nelle sue lezioni universitarie uno spazio sempre più ampio e sempre più «istituzionale» allo studio delle masserie. In tale attività di ricerca si è formata Antonella Calderazzi, che di questo lavoro di Chiaia è la principale erede.

NICOLA SIGNORILE


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