PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 08_02_2012

Rendering del progetto

Japigia, sulla costa case sospese e sottilissime torri _ Un progetto di rigenerazione urbana

Mentre la giunta e poi il consiglio comunale di Bari davano il via libera al quartiere da ventimila anime progettato da Oriol Bohigas al Tondo di Carbonara, negli uffici della Ripartizione urbanistica il postino recapitava qualche giorno fa un nuovo progetto, per oltre mezzo milione di metri cubi di abitazioni, uffici, alberghi e attività commerciali. Il luogo? Torre Carnosa, cioè quel tratto di costa compreso tra la futura sede della Regione Puglia e il nuovo quartiere di Sant’Anna. Dunque viene finalmente al pettine il nodo della costa nell’era post Punta Perotti, alla luce di un piano regolatore tuttora vigente che lì prevede uno statosferico indice di fabbricabilità di 5 metri cubi per ogni metro quadro. Il desiderio, che ispirò anche il concorso di idee curato da Claudio D’Amato alla Biennale di Venezia nel 2006, era di arrivare ad una progettazione unitaria della costa, fino a S. Giorgio. In sei anni, non è successo granché ed ora siamo di fronte ad una proposta che sia pure interessando una superficie di circa 27 ettari è solo un decimo dell’area di cui si parla.

Chi propone il progetto è la Ge.Di. srl di Bari; chi firma il progetto è lo studio di architettura SMN – G. L. Sylos Labini e Partners insieme alla società romana Ecosfera Spa, la stessa che aveva elaborato dieci anni fa gli studi per la Società di Trasformazione Urbana.

Dunque Torre Carnosa è l’effetto di un’onda lunga e ora incontra una situazione favorevole, creata dalla legge regionale n. 21 del 2008 sulla Rigenerazione urbana. Una legge moderna e innovativa, ma affidata nella gestione ai tecnici comunali che in genere leggono solo gli articoli «tecnici» (quelli che parlano di metricubi, di standard e di varianti urbanistiche) e ignorano la parte sociale della norma (inclusione, partecipazione, ecc.), salvo recitarne il rosario retorico nelle relazioni. Non è andata meglio al Comune di Bari che nel maggio dell’anno scorso ha approvato il Documento programmatico per la Rigenerazione urbana, previsto dalla legge 21. Nasce a queste condizioni, allora, il «Piru» (programma integrato di rigenerazione urbana) di Torre Carnosa appena consegnato e che ci muove ad un paio di considerazioni.

Prima considerazione. Il programma urbanistico, saltando la fase solo quantitativa del planovolumetrico (dimensioni e distanze dei fabbricati) ha già un forte carattere architettonico, prefigurando scelte formali e compositive che sono determinanti nel disegno dello spazio pubblico e nella creazione di spazi semipubblici. In estrema sintesi, gli edifici sono organizzati in lunghe «stecche» pressoché parallele al mare, dell’altezza media di 32 metri (il piano regolatore ne consente 45). In realtà le costruzioni hanno un’altezza inferiore ai 18 metri (cinque piani) perché sono sollevate di 14 metri da terra (ritorna il buon vecchio Le Corbusier con i suoi pilotis!): il vuoto servirà a traguardare il mare dall’interno e a guadagnare ulteriore spazio pubblico. I volumi sottratti da questa drastica cura dimagrante vengono poi concentrati in cinque torri alte 90 metri. Stecche basse e torri sottilissime che dovrebbero forse scongiurano l’«effetto saracinesca» ma di certo creano un’atmosfera da metropoli spagnola: più che Barcellona diremmo Valencia (dove Sylos Labini ha progettato). E questo è il solo senso accettabile da dare all’imbarazzante (per quanto vaga) prescrizione, nel documento comunale, di una «tradizione mediterranea degli insediamenti».

Seconda considerazione. Il Piru Torre Carnosa dimostra che la rigenerazione è possibile anche senza ricorre agli spericolati crediti edilizi che il documento programmatico comunale (pp. 37 e 38) ha introdotto nella totale indifferenza o distrazione di consiglieri e assessori (molti dei quali in passato pure si erano dichiarati fortemente contrari a tale invenzione immobiliare).

Come è possibile? Semplice: il programma, sfruttando il previsto trasferimento dei binari, amplia l’area edificabile (da 11 a 27 ettari) inglobando un suolo destinato a verde pubblico e mantenendo i volumi originari, cosicché l’indice di fabbricabilità ne risulta dimezzato e la dotazione di verde conservata, con il vantaggio di arretrare i fabbricati rispetto alla linea di costa, tutelata come bene paesaggistico.

NICOLA SIGNORILE

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